lunedì 18 gennaio 2021

Il lungo cammino verso l'elaborazione della rabbia...


Quante volte ci è capitato di provare a discutere con nostro figlio per spiegargli che se aveva aggredito un compagno di classe non poteva essere tutta colpa dell'altro.

Quante volte abbiamo cercato di convincerlo che se l'insegnante gli aveva dato per l'ennesima volta una nota non poteva essere sempre e sistematicamente colpa del compagno di banco che tendeva a distrarlo..

E d'altro canto quante altre volte ci siano sentiti non capiti e ulteriormente arrabbiati quando, cercando di spiegare la nostra posizione contro il nostro capo ad un nostro amico, lui ha cercato di farci vedere quale potesse essere la nostra responsabilità nel trovarci in quella situazione?

In queste e tante altre situazioni della nostra quotidianità potremmo dire che in noi o in nostro figlio sta prevalendo l'esternalizzazione, ovvero la tendenza a  " dare la colpa all'altro" rendendoci difficile la possibilità di considerare il nostro contributo alla storia.

Ma vediamo di comprendere meglio ciò di cui stiamo parlando.
Potremmo immaginarci la capacità di elaborare (e quindi vivere pienamente e consapevolmente) la nostra rabbia come un percorso a più tappe. Si tratta di tappe evolutive nel senso che man mano che si cresce si è ( o si dovrebbe essere) sempre più in grado di accedere a livelli più elevati di elaborazione, ma anche da adulti a seconda dell ' intensità o della profondità dell' emozione provata o della condizione psicologica personale, possiamo non riuscire ad accedere ai livelli più elevati di elaborazione della rabbia. Vediamo nello specifico quali sono questi livelli di mentalizzazione, così viene chiamata questa capacità di elaborazione dell' emozione.

Ad un primo e più primitivo livello l' emozione rabbia non può nemmeno essere pensata: viene solo agita. E' come se venisse semplicemente scaricata una tensione interna attraverso un'azione esplosiva. Dare un calcio ad un mobile, rompere una tazza, lanciare qualcosa sono esempi di questo primitivo livello. Già a questo punto riconosciamo comportamenti tipici dei bambini arrabbiati, ma a volte anche degli adulti.

Al secondo step abbiamo l'impulso modulato: non più l'azione non pensata, ma un'immagine, un pensiero di ciò che vorremmo fare, ma non stiamo facendo. E' il classico: "Gli avrei dato un bel pugno". L'immagine emerge dalla nostra mente in modo automatico, ma non facciamo quello che ci suggerisce. Vedete che il pensiero è venuto in nostro soccorso, non siamo più solo azione. 
Quando i bambini nel parlare della propria rabbia ci raccontano delle cose terribili che avrebbero voluto o vorrebbero fare dobbiamo considerare che stanno compiendo un passo importante nella mentalizzazione della rabbia. Non dobbiamo legittimare azioni violente, ma accompagnare nell'elaborazione consapevoli che il primo step lo hanno già superato, è la strada giusta. 

Frasi come: "Capisco che tu sia molto molto arrabbiato, anzi infuriato, e quando stiamo così la nostra mente ci fa pensare a queste cose, ma possiamo scegliere di non farle. Vedi, la tua mente ti sta dicendo cosa faresti senza riflettere, cosa che invece stai facendo!" possono aiutare questo accompagnamento.

Il terzo step è l'esternalizzazione, ciò di cui parlavamo all'inizio, "E' tutta colpa sua" è la frase per eccellenza. Anche in questo caso consideriamo che siamo ad un punto intermedio dell'elaborazione e a volte con i bambini ci dobbiamo accontentare di questo. Se cerchiamo di convincerli che non è così ci troveremo facilmente in una ramanzina con pochi effetti sulla comprensione del bambino della situazione. Più utile allora un accompagnamento verso lo step successivo l' appropriazione: facciamo sì che esprima chiaramente come si sente, perchè è così arrabbiato, quale senso di ingiustizia sente al suo interno, quali altre emozioni ci sono oltre alla rabbia. Questo ovviamente non significa che non ci debbano essere conseguenze al suo comportamento nel caso abbia commesso  un danno  o fatto male agli altri.

Solo all'ultimo livello, quello più complesso, non solo saremo in grado di riconoscere la nostra parte in ciò che è successo, ma riusciremo anche a renderci conto di come filtriamo l'interpretazione degli eventi grazie alla rabbia, che significato ha quella rabbia per noi. Allora potremo dirci: "So che sono arrabbiato e quindi tendo ad interpretare le azioni degli altri come minacciose e tendo a non fidarmi." Oppure: "So che quando non mi sento ascoltato tendo ad arrabbiarmi in modo eccessivo e chiudermi e questo non mi consente di avere una normale discussione".

Come possiamo vedere si tratta di un livello complesso al quale non arriviamo in tutte le circostanze. Sicuramente un cervello arrabbiato non riesce nel momento di maggiore attivazione ad attivare questo livello. Per questo nella rabbia, come nelle altre emozioni molto attivanti, è importante darsi il tempo di "raffreddare" e affrontare successivamente la situazione. Questo consente altre possibilità interpretative e altre modalità di gestione dei problemi.

Darsi e dare il tempo di "raffreddare" significa anche sapere quando non è il caso di incalzare l'altro con interrogatori o spiegazioni del proprio punto di vista. Anche se lo scopo non è quello di litigare la discussione verbale spesso aumenta la tensione di un cervello arrabbiato. Ecco perchè i bambini arrabbiati necessitano di adulti che accolgano prima di impartire insegnamenti. Da questo accoglimento possono partire per questo percorso a tappe.


mercoledì 6 gennaio 2021

SOUL: COSA SIGNIFICA "ESSERE NELLA BOLLA"? E' DAVVERO L'UNICO MODO PER ESSERE FELICI?


 Soul è l'ultimo capolavoro Disney, quest'anno uscito in esclusiva solo su Disney plus vista la chiusura dei cinema.

Ci sono molti spunti degni di nota in questo film, ma ciò di cui vorrei parlare è la cosiddetta scintilla che il protagonista Joe Gardner prova suonando il pianoforte. La stessa scintilla che 22, un'anima non ancora venuta al mondo, non riesce proprio trovare..

Guardando il film e osservando come Joe si perda nella sua musica mentre suona, raggiungendo uno stato di estasi in cui corpo ed anima si uniscono, mi è venuta in mente la Flow Theory che avevo studiato anni fa all'università, vediamo di cosa si tratta.

Csikszentmihalyi (nome impegnativo, difficile da dimenticare), nell'ormai lontano 1975 ha incominciato a teorizzare il concetto di flow, ovvero quello stato di completa immersione nel compito in cui si perde il senso del tempo, ci si sente in completo controllo, si è tutt'uno con il contesto ( ad esempio un nuotatore che all'apice della prestazione si sente tutt'uno con l'acqua, con il suo movimento), ci si sente intrinsecamente motivati nell'attività.

Pensiamo all'artista che preso dalla realizzazione del suo quadro continua la sua opera completamente immerso, pensiamo allo sportivo che si cimenta in una sfida impegnativa, ma che si sente in totale armonia con ciò che sta facendo.  Lo stato di flow è un'esperienza estremamente gratificante che ha delle caratteristiche ben precise (bilanciamento tra sfida e abilità: senso che l’individuo si sta impegnando in qualcosa di appropriato per le proprie capacità; fusione tra azione e consapevolezza; senso di controllo, sia delle proprie azioni, sia delle conseguenze di esse; obiettivi prossimali chiari e feedback immediato che permettono lo svolgersi continuo del processo, momento per momento; attenzione e concentrazione totale sul compito; distorsione della normale percezione temporale, esperienza autotelica ovvero gratificante in se stessa da Nakamura e Csikszentmihalyi, 2002), la cosa che più colpisce è la "perdita dello stato di autocoscienza ordinario". L'attore è così assorbito nel compito che non si percepisce più in modo egocentrato, ma è appunto un tuttuno con l'attività. Nel film la bolla viene spiegata con un accezione spirituale, chi la sperimenta si ritrova in un altro mondo.

La teoria del flow ha trovato applicazione in campo lavorativo, sportivo e motivazionale: è evidente che ritrovandosi nel flow le persone diventano estremamente gratificate, creative e produttive.

Interessante anche l'applicazione della teoria del flow nel campo del GAME DESIGN.

I vedeogiochi più avvincenti sono studiati per far sperimentare al giocatore l'esperienza del flow: il giocatore deve sentirsi bravo, efficace e competente nell' affrontare sfide sufficientemente difficili. Sperimentando questo egli può immergersi completamente e muoversi in uno stato ottimale di gratificazione. In pratica ciò che il Game designer deve evitare è che il giocatore si annoi o sia eccessivamente in ansia e sono proprio questi gli stati emotivi limite all' interno dei quali si colloca lo stato del flow: n'è nella noia di una sfida troppo facile, né nell' ansia di una troppo al di sopra delle possibilità, ma tra le due, nell' autoefficacia. 

Ma questa continua ricerca di assorbimento nel compito, di esperienza ottimale avrá dei costi?

Il primo che viene in mente è la nostra incapacità a stare nella noia, nella frustrazione.

In particolare sembra esserci il terrore di stare in queste emozioni, soprattutto da parte degli adolescenti e giovani adulti. D'altronde la tecnologia viene spesso utilizzata per non sperimentarle: appena ci troviamo in un momento di attesa o vuoto abbiamo subito la necessità di riempirlo prendendo in mano il cellulare e dedicandoci allo scrolling. Ma queste emozioni avranno pure una loro utilità..

E se questo assorbimento diventasse uno dei pochi modi per costringerci ad agganciare la nostra attenzione? 

D'altronde noia e frustrazione sono emozioni importanti da sapere gestire: nella noia facciamo spazio ai nostri pensieri, diamo modo alla nostra creatività di far emergere stimoli. La frustrazione non è mai evitabile e in essa mettiamo in gioco le nostre capacità di problem solving. Nell'attesa facciamo crescere il desiderio, motore della vita.

Nel film Soul è interessante come vengono rappresentati coloro i quali trasformano la propria scintilla in ossessione: diventano esseri scuri, angosciati e ripiegati su se stessi.

Forse la scintilla è importante, ma ciò che arricchisce davvero le nostre vite sono le relazioni. 

Il film questo ce lo mostra: nel rapporto tra il professor Gardner e 22 ciascuno di loro trova nella relazione con l'altro le risposte che sta cercando. Joe comprende che il significato della vita sta nelle piccole cose e 22 trova il coraggio di affrontare il suo senso di inadeguatezza che la fa essere spesso cinica e sfiduciata.

Le passioni, l'essere completamente assorbiti nelle proprie scintille può essere lo scopo della vita o lo scopo della vita è la vita stessa? Fatta di relazioni e di rapporto tra io e l' altro? 

Oppure, ancora, le proprie scintille hanno un senso se ci aprono al mondo e non se ci rinchiudono all'altro?

Quante domande e quanti significati in un film che sicuramente non è "solo un film per bambini". O forse questa è la sua forza.


Per saperne di più: https://www.stateofmind.it/2015/11/flow-experience-prestazione-perfetilil 






















domenica 3 gennaio 2021

LA GENTILEZZA: UNA TENDENZA FUORI MODA?


 Qualche sera fa la televisione ha proposto la visione di Cenerentola, il celeberrimo film Disney, nella sua versione non animata rivista e riadattata del 2015.

Il film ripercorre in modo abbastanza fedele la trama originale del cartone del 1950 con qualche interessante riadattamento. 

Cenerentola è un grandissimo classico. Nel riguardare la versione originaria oggi possono stridere alcuni aspetti che nell'epoca del politically correct possono far storcere un po' il naso: la fanciulla servile la cui unica via d'uscita da una situazione di sottomissione è l'incontro con un principe che la salverà ( e che la conquisterà solo con un misero ballo).

Potremmo riflettere su quanto Cenerentola può aver condizionato la psiche delle giovani fanciulle di varie epoche nell'aver fatto credere loro che dovesse arrivare un principe azzurro per emanciparsi ed avere successo nella vita, ma non è questa la parte che ci interessa in questo caso.

La parte su cui vorrei portare l'attenzione è come il riadattamento del film sia riuscito a produrre un elogio alla gentilezza senza che questa venga rappresentata come debolezza e come questa caratteristica, oggi in via d'estinzione, meriti di essere protetta come l'orso polare.

SII GENTILE E ABBI CORAGGIO, è la frase che viene più volte ripetuta e alla quale Cenerentola si ispira, eredità della madre.

Gentilezza e coraggio sono le doti che le consentiranno di non tradire mai se stessa, neanche davanti alle angherie della matrigna, interpretata da una bravissima Cate Blanchett, di cui vengono esplicitate le motivazioni alla base, passioni fondamentalmente umane: invidia, sofferenza per un lutto non elaborato.

Il momento più significativo del film  è lo sguardo finale  (vedi foto) che Cenerentola dedica alla matrigna prima di dirle che l'aveva perdonata. Uno sguardo fiero, liberatorio, forse un po' sfidante, lo sguardo di chi sa andare oltre con gentilezza e coraggio.

Forse proprio oggi abbiamo bisogno di tornare alla gentilezza. Ma cos'è questo nobile sentimento così poco contemporaneo?

Dal vocabolario Treccani si legge:" Amabilità, garbo, cortesia nel trattare con altri ". La gentilezza ha a che fare più con il modo in cui si fa qualcosa che su ciò che si fa o si dice, è accoglienza e attenzione all'altro, è rifiuto di prepotenza, violenza, sopruso. 

La gentilezza che ci interessa non è quella formale, di facciata, di chi si sa muovere con modi suadenti per "etichetta" o per raggiungere il proprio scopo, ma quella autentica che viene dall'animo.

Da dove arriva la gentilezza e perchè è così poco esercitata?

La gentilezza dal punto di vista psicologico può essere legata a tutto l'insieme delle abilità prosociali che vanno sotto la grande etichetta di EMPATIA. I bambini fin da piccoli, a partire dai due anni, sono capaci di atti di gentilezza: consolano spontaneamente i bambini che piangono, offrono cibo o giocattoli a chi è triste e con il linguaggio imparano i rituali sociali del "grazie" e "per favore". I bambini oscillano tra questi comportamenti e altri assolutamente egocentrati perchè il loro cervello è ancora immaturo e deve ancora sviluppare un equilibrio tra l'idea di sè, quella dell'altro e della relazione tra i due. L'empatia quindi è in parte innata, ma ha anche bisogno di essere esercitata e sperimentata.

Ecco perchè, sebbene sia  importante che i genitori insegnino la gentilezza, è ancora più importante che essi siano esempi di gentilezza. Sarà capitato a molti di noi di "dare lezioni di gentilezza" in modo non proprio gentile. Difficilmente quando "diamo lezioni" siamo modelli incisivi e ancora meno facilmente saremo credibili se c'è discrepanza tra il contenuto che vogliamo esprimere e la forma con cui lo stiamo esprimendo.

Ma andiamo oltre, nel contesto sociale in cui siamo inseriti non troviamo molti esempi di gentilezza. Se pensiamo al tono delle discussioni sui social, all'aumentato livello di violenza per discussioni banali ad esempio in auto o tra sconosciuti per strada o in fila alla posta... Di gentilezza sembra essercene rimasta ben poca...

La nostra società così competitiva e orientata all'individualismo può spingere a credere che chi è gentile con il prossimo verrà schiacciato dalla legge del più forte. Alcuni messaggi che abbiamo introiettato potrebbero contenere impostazioni di questo tipo: "Là fuori è una giungla, se non alzi la cresta ti mangeranno" "Fagli vedere chi comanda"..

In realtà la gentilezza potrebbe essere un buon antidoto al tasso di violenza che ci invade e ci attraversa. 

La gentilezza da coltivare non è solo verso gli altri, ma in primo luogo verso se stessi. Dobbiamo prestare attenzione alle cose che diciamo a noi stessi, troppo spesso non siamo accoglienti con le nostre emozioni, siamo giudicanti ed eccessivamente critici e tutto questo chiacchiericcio negativo intralcia il raggiungimento dei nostri obiettivi. Chi ha una bassa autostima ha un dialogo interno ipercritico e "violento"  e gli approcci terapeutici odierni convergono verso l'importanza dell'accoglienza e accettazione di sè attraverso l'esercizio attivo di quell'atteggiamento che potremmo chiamare  di GENTILEZZA E COMPASSIONE.

Spesso nelle consulenze con i genitori capita di parlare di come aiutare i bambini nella costruzione della loro autostima e spesso si discute del dialogo interno e di quanto si è gentili con se stessi. La prima cosa su cui chiedo di riflettere è di porre attenzione a come i genitori trattano se stessi, i figli captano e fanno propri anche questi messaggi.

E' possibile fare qualcosa di pratico per coltivare gentilezza?

Il primo passo è accorgersi di essa e darle spazio e attenzione. Ricordo di aver lavorato con una classe delle scuole elementari con la quale avevamo costruito un braccialetto della gentilezza. Ciascun bambino ne aveva fatto uno suo e aveva il compito di cambiare polso al braccialetto ogni volta che compiva un'azione gentile (l'idea era stata presa dal testo di Elin Snel "Calmo e attento come una ranocchia"). Era stata una buona occasione per porre l'accento su questo aspetto e aveva dato modo di riflettere su come ci si sente a ricevere e offrire gesti gentili. Questi spostamenti di focus sono importanti in quanto a volte nella nostra azione educativa rischiamo di dare maggiormente risalto al negativo piuttosto che al positivo.

Il messaggio che va tenuto a mente è comunque sempre questo: LA GENTILEZZA  VA ESERCITATA E NON INSEGNATA. Quindi alleniamoci e saremo buoni allenatori



mercoledì 11 novembre 2020

FIDUCIA: LA VERA CURA PER USCIRE DALLA CRISI?


Il periodo che stiamo attraversando ci interroga ogni giorno su quali saranno gli scenari del prossimo futuro che ci ritroveremo a fronteggiare. Ci chiediamo quando usciremo dalla pandemia, quando ritorneremo alla normalità? 


Purtroppo questa grande incertezza sul futuro, questa difficoltà a progettare, a rilanciare in avanti potrebbe farci rassegnare all'immobilismo " in attesa che tutto passi".

Potremmo sentirci scoraggiati, impotenti, disillusi, in balìa di questa nuova ondata che, nonostante ci fosse stata in qualche modo prospettata, ci ha colti di sorpresa, forse ancora increduli rispetto a ciò che abbiamo attraversato nei mesi passati.
Questa crisi globale ci interroga, in generale, su chi vogliamo essere  e diventare, non soltanto come singoli, ma anche come comunità. Forse c'è un'altra possibilità che va oltre la rassegnazione, la rabbia, l'impotenza. Forse possiamo riflettere, anche a livello educativo, su alcuni punti saldi che proprio in un momento come questo diventano ancora più importanti.

Penso che come genitori e come professionisti che ci occupiamo delle nuove generazioni dobbiamo tenere a mente quanto conti il concetto di FIDUCIA.
Il tema è complesso  e va analizzato da diversi punti di vista.
  • Di cosa hanno bisogno i bambini per crescere?
Il bambino per crescere e separarsi ha bisogno di sviluppare un  legame di FIDUCIA con adulti di riferimento sui quali sa di poter contare, che sente che potranno comprenderlo e accettarlo per come è davvero
  • Come i bambini sviluppano il senso di fiducia in se stessi?
Con questo senso di fiducia profondo il bambino potrà sperimentare anche la fiducia in se stesso perchè, solo così, egli si sentirà libero di esplorare. Così facendo egli farà esperienza del mondo e, accettando anche  l'errore e la sconfitta, potrà pian piano percepirsi in grado di fare molte cose acquisendo un realistico senso di sè e del proprio valore che possiamo chiamare autostima.

Per comprendere meglio quanto la fiducia sia importante potremmo essere aiutati da un piccolo esercizio di riflessione.

Proviamo a pensare al nostro percorso di vita e identifichiamo chi sono le persone che hanno dimostrato di avere fiducia in noi e proviamo a identificare quali messaggi ci hanno lasciato.

Potremmo rimanere sorpresi dal costatare quanto questi messaggi ci abbiano influenzato in positivo rispetto alle nostre scelte di vita e quanto queste voci interne siano in noi ancora oggi presenti.
Questo può aiutarci a chiederci quali sono i messaggi di fiducia che vorremmo trasmettere ai nostri figli.

C'è ancora un altro piano da considerare: la fiducia non riguarda solo il rapporto con se stessi o i genitori, ma anche fiducia nel prossimo ( che dipende strettamente dalle altre due dimensioni).
Troppo spesso nell'ansia protettiva dei genitori può passare un messaggio di sfiducia e sospetto verso il prossimo e il mondo esterno che può generalizzarsi in sfiducia verso il futuro portando al blocco evolutivo.

Ciò di cui abbiamo veramente bisogno in un periodo storico come questo è invece un messaggio controcorrente di fiducia: fiducia nella scienza, nelle istituzioni, nell'altro, nella scuola. nella società, nella comunità. 
Solo così faremo prevalere la speranza e la solidarietà al sospetto, paura, paranoia, impotenza, rabbia e divisione sociale.
Non è un caso che una ricerca scientifica abbia indicato nella FIDUCIA NEL PROSSIMO una delle principali variabili che incidono nel rispetto delle norme anti-contagio: più si ha fiducia nel fatto che anche gli altri si impegneranno nel rispetto delle regole e meno facilmente ci si lascia andare al cosiddetto disimpegno morale, la tendenza a mettere in pausa la coscienza senza sentirsi in colpa.
Forse il disimpegno morale e la sfiducia sono virus ancora più pericolosi.

domenica 8 novembre 2020

SEPARAZIONE: LE TRAPPOLE DA EVITARE

 



La grande emergenza che ci attraversa non è solo un'emergenza sanitaria, ma anche sociale. Sebbene non siano disponibili ancora dati che confermino le nostre impressioni è indubbio che l'impatto sulle famiglie del lockdown e della gestione della situazione sia stato fortissimo. A questo impatto molte famiglie non hanno retto e alcune hanno messo in crisi i propri legami giungendo alla separazione. Sicuramente le fragilità erano già presenti, ma probabilmente la situazione non ha più consentito di non vederle e così si è giunti alla crisi del legame di coppia.


Ma vediamo meglio di delineare quali sono le trappole in cui è facile incappare soprattutto quando sono presenti figli minori.


Ciò che sappiamo da tempo è che la separazione di per sè non è la causa degli eventuali disagi e blocchi evolutivi dei figli, ma la conflittualità ad essa associata. Sembra un'affermazione banale, ma non è così: infatti essa ci dice che, laddove la separazione sia l'esito di un processo di riflessione degli adulti che si rendono conto che non ci sono più i presupposti per andare avanti come coppia, essa si trasforma in un evento simil-protettivo per i minori che avranno evitato di crescere in una famiglia in cui la coniugalità era solo un antico ricordo, o peggio, un legame portatore di sofferenza e conflitto.


1)Ecco la prima trappola da evitare "STIAMO INSIEME PER IL BENE DEI FIGLI": il bene dei figli è stare con genitori che hanno scelto di affrontare i problemi presenti, guardare in faccia la realtà e affrontare il cambiamento, anche doloroso. Il clima emotivo della famiglia è l'ambiente in cui i bambini imparano a conoscere e gestire le proprie emozioni. Ove vi sia un conflitto coniugale esplicito o implicito lo spazio di esplorazione e conoscenza di sè e dell'altro diventa inquinato, limitato, confuso.
Presa la decisione di separarsi spesso i genitori attraversano una fase di confusione nella quale sono preoccupati prima di tutto per i figli, faticano a trovare le parole, vorrebbero che non soffrissero.


2)Altra trappola da evitare: "I FIGLI NON DEVONO SOFFRIRE": è inevitabile che i figli provino sentimenti negativi, devono elaborare il cambiamento, comprendere come sarà da lì in poi la propria vita, realizzare che il genitore che andrà via di casa non sparirà dalla propria vita. In tutto ciò, quello che li aiuterà sarà trovare adulti disposti ad ascoltarli profondamente. Adulti in grado di non spaventarsi davanti alla sofferenza, che riusciranno a stare in ascolto senza farsi travolgere dai propri sensi di colpa, dalla propria rabbia, dal proprio senso di fallimento.
Infine c'è il tema del conflitto, se è vero che è la conflittualità l'elemento chiave che fa la differenza sull'impatto della separazione sui figli e anche vero che le separazioni dove, almeno in una fase iniziale, non sia presente sono davvero poche. Difficilmente i genitori arrivano alla decisione insieme avendo disinvestito nello stesso modo sul legame di coppia. Nella maggior parte dei casi ci sarà un membro della coppia che è più avanti nel percorso e all'altro spetterà il difficile compito di elaborare l'abbandono. Anche chi lascia porta dentro di sè grandi sofferenze, sensi di colpa inespressi che possono tradursi in rabbia e risentimento.
In tutta questa tempesta ci sono le questioni pratiche da gestire, la vita da riorganizzare, gli obiettivi di vita da rivedere... Spesso in questo caos emotivo trova terreno fertile il conflitto che quando è presente non si può nascondere. 

3)Ecco un'altra trappola da evitare: "SI' SONO FURIOSO/A, MA DAVANTI AI FIGLI NON LITIGO MAI E NE PARLO SEMPRE BENE (dell'altro genitore) .."
I figli siano essi bambini piccoli, preadolescenti o adolescenti sanno cosa stiamo provando, sia che lo esplicitiamo e sia che non lo esplicitiamo. Le nostre menti sono fatte per entrare in collegamento e sentire ciò che l'altro sente: si chiama empatia, sostenuta dal meccanismo dei neuroni specchio. I nostri figli hanno contato su questo meccanismo per imparare le cose più importanti della vita emozionale e sociale fin dalla loro nascita e fin da piccolissimi vengono contagiati dai nostri vissuti.
Più i bambini sono piccoli  più manca loro la possibilità di dare un significato a ciò che provano e più sentiranno confusi se non li aiutiamo a comprendere ciò che accade. Anche se il genitore starà attento a non esporre i figli a litigi rabbiosi ( atteggiamento protettivo assolutamente da mantenere), loro coglieranno anche il tono di voce delle chiamate, le espressioni non verbali quando si parla dell'altro genitore, i silenzi, le domande e osservazioni che vengono fatte. Coglieranno tutto questo e probabilmente ne soffriranno.
Nelle situazioni dove il conflitto è acceso i bambini facilmente si sentiranno all'interno di un conflitto di lealtà in cui, spesso anche contro ogni intenzione del genitore, sentiranno di tradire un genitore volendo bene all'altro e viceversa.


Al contrario il maggior fattore protettivo per i figli di genitori separati è la consapevolezza che il LEGAME CON CIASCUN GENITORE VA AVANTI  e deve andare avanti in modo sereno, nonostante l'interruzione del legame coniugale.
Come possono i genitori gestire tutto questo?
L'aspetto più importante è la gestione della propria sofferenza. La separazione va pensata come ad un lutto, un evento dirompente che segna una discontinuità. Da questo evento gli adulti devono rialzarsi e reinventare la propria vita. Questo evento metterà in discussione la loro identità, i loro obiettivi, i rapporti con la famiglia allargata, le risorse a disposizione (anche quelle economiche), le amicizie..ecc
Concedersi uno spazio per elaborare tutto questo, per cercare sostegno da chi ha esperienze simili, ma anche diverse, può aiutare a sviluppare le proprie risorse e non riversare la propria emotività nel rapporto con i figli che hanno, invece, bisogno di genitori che li sostengano e li vedano nei loro reali bisogni.

mercoledì 5 agosto 2020

Sportello online per la gestione della separazione e del conflitto

 

Stai vivendo un periodo di crisi con tuo compagno/a? Parlate ma non vi capite?

I tuoi suoceri si mettono in mezzo fra te e il tuo compagno/a?

Stai pensando di separarti e non sai come parlarne ai tuoi figli?

Sei separato ormai da un po' e fatichi nella relazione con i tuoi figli?

Non sei convinto che ai tuoi figli faccia bene frequentare la nuova compagna/o del tuo ex marito/moglie?

Non riesci a trovare un accordo sulle scelte educative che riguardano i tuoi figli con il tuo ex compagno/a?

Queste sono solo alcune delle domande che chi vive una situazione di crisi in famiglia si pone. Domande che creano ansia, malessere e disorientamento, alle quali è necessario porre attenzione.  I conflitti e le incomprensioni che viviamo in famiglia, se non visti e non riconosciuti, possono esasperarsi e portare nel tempo, quasi senza che ce ne rendiamo conto, alla rottura dei legami più cari.

Per questo motivo abbiamo pensato di aprire uno SPORTELLO ONLINE GRATUITO PER LA GESTIONE DELLA SEPARAZIONE E DEL CONFLITTO IN FAMIGLIA.

 

COME FUNZIONA?

1. 

2.     scrivi una mail a: conflittoinfamiglia@gmail.com con oggetto la dicitura “richiesta di consulenza gratuita online” e descrivi nel modo più dettagliato possibile la situazione che stai vivendo, quali dubbi hai, di cosa pensi di avere bisogno

3.      allega il modulo privacy firmato

4.      invia la email

A seguito della richiesta ti invieremo la nostra consulenza.

 

PERCHE’ PUO’ ESSERE UTILE?

·       ti forniremo in modo personalizzato una consulenza al fine di valutare quali strade sia meglio percorrere, quali strategie mettere in atto per risolvere il tuo problema, quali questioni andrebbero approfondite e a chi potresti rivolgere

 

DA CHI E’ GESTITO LO SPORTELLO

DOTT.SSA MICHELA REBUCCI: Counsellor e Mediatrice familiare sistemico relazionale. Per approfondimenti clicca qui

DOTT.SSA RITA FERRARI: Psicologa, psicoterapeuta sistemico relazionale.  Per approfondimenti clicca qui

Per maggiori informazioni clicca qui


sabato 23 maggio 2020

Il concetto di rischio e quello di pericolo: Come riacquisteremo il senso di sicurezza?



“E alla fine arriva Polly” è una commedia comica a cui mi è capitato di pensare in questi giorni. Nel film Reuben Feffer, interpretato da Ben Stiller, è un agente assicurativo abituato a calcolare e ponderare i rischi di ciascuna decisione che si innamora di Polly una ragazza decisamente fuori dai suoi schemi. In una scena celebre Reuben immette nel suo programma sul calcolo dei rischi, il Risk Master, tutti i dati di Polly e quelli della sua ex pronta a tornare con lui e chiede di fare un sondaggio per stabilire quale sia la relazione più sicura. Il programma valuta la relazione con la sua ex come quella più sicura, ma, dopo una serie di vicissitudini, Reuben, sceglierà la relazione più rischiosa.

Il film con la sua comicità mette in scena una questione che riguarda l’uomo e in particolare l’uomo moderno: come ci comportiamo quando prendiamo decisioni che riguardano l’assunzione dei rischi? È giusto ricorrere ad un approccio razionale? Potremmo vivere seguendo solo questo criterio?

La ricerca psicologica si è occupata a lungo dei processi decisionali e dell’assunzione dei rischi e, sebbene abbia considerato per lungo tempo modelli cognitivi che hanno preso in considerazione solo meccanismi razionali (costi, benefici, anticipazione di scenari..), si è successivamente reso evidente che l’uomo non è un decisore puramente razionale. Lo sforzo cognitivo per prendere una decisione è spesso troppo oneroso e la mente umana utilizza scorciatoie, strategie più economiche per elaborare i dati a disposizione. Questo fa sì che eserciti una forte influenza sulla percezione di rischio il modo in cui vengono comunicati i dati, lo stato d’animo in cui si trova la persona che li riceve, le esperienze personali che questi dati evocano, le immagini che esse attivano, le sensazioni viscerali che stimolano. Questa nostra altra modalità di funzionamento (fatta di corpo, immagini, ricordi più o meno consapevoli) è una grande parte di noi che dobbiamo tenere ben presente.

Rispetto alla situazione che stiamo vivendo possiamo dire di essere stati attivati in maniera significativa da dati epidemiologici, curve di contagio, statistiche e modelli matematici come mai prima d’ora. Ciò che maggiormente ha colpito la parte meno razionale di noi sono stati i numeri dei morti, le immagini di quanto è accaduto, le frasi dei virologi che titolavano gli articoli in circolazione. Tutto questo è stato ed è ancora un vero e proprio bombardamento da cui ciascuno si è difeso come ha potuto.
Semplificando di molto la questione si potrebbe dire che due strategie di difesa estreme e pericolose potrebbero essere queste:
  1.  Sentirsi sopraffatti da tutto ciò e avere un approccio negazionista: “E’ tutto passato, hanno anche un po’ esagerato, adesso basta”. Negare il pericolo e i rischi che da esso ne sorgono. Dare un bel colpo di spugna a ciò che è stato, non pensarci troppo e andare avanti come se nulla fosse.
  2. Sentirsi ugualmente sopraffatti e farsi bloccare dalla paura: “ Hanno detto che si possono fare alcune cose, ma io non mi fido. Meglio stare immobili, il pericolo è dappertutto, non siamo sicuri”. Questa paura, fisiologica per molti versi, non è pericolosa solo in quanto non permette di affrontare il pericolo e dunque anche la vita, ma anche perché va a ledere quel senso di fiducia importante e profondo che dovremmo continuare a coltivare, soprattutto in questo momento, verso l’altro, la comunità e le istituzioni.


Ma vediamo di comprendere meglio questo concetto di rischio e i modi per affrontarlo.
Sempre la ricerca psicosociale ci segnala un paradosso da tenere presente: sebbene lo scenario moderno sia uno scenario molto più controllato a livello di rischi (pensiamo ad esempio a quanti rischi si correvano nel passato soltanto andando a lavorare in certi contesti), la percezione delle persone sul rischio è che sia più pericoloso il mondo di oggi che quello di un tempo.

Abbiamo forse perso la nostra capacità di rischiare?

Di sicuro non è una novità che il mondo dei genitori, ad esempio, faccia molta più fatica a tollerare e gestire le proprie angosce circa il futuro e ciò che è fuori controllo rispetto alla vita dei propri figli.
Le adolescenze, ad esempio, sono sempre più vissute all’interno delle mura domestiche (e non solo in quarantena), in uno scenario in cui ciò che riesce (e solo a volte) a sfuggire al controllo è virtuale.

Di certo la mancanza di rischio equivale a mancanza di vita e questo non dobbiamo dimenticarlo.
Il progresso scientifico ci offre comunque delle possibilità innumerevoli rispetto al passato per correre rischi controllati.
La pandemia ci ha messo di fronte al fatto che nonostante tutto non siamo onnipotenti e non potremo mai controllare tutto e questo ci ha destabilizzati, ma ci ha anche restituito il senso del limite che non avremmo mai dovuto perdere.

E allora come possiamo affrontare la ripartenza? Come possiamo uscire dal nostro guscio e convivere con il virus?

La risposta è semplice: correndo rischi calcolati, o meglio CONSAPEVOLI.

La consapevolezza è una lente attraverso la quale scegliere anche le informazioni da ricercare. Spesso diventiamo bulimici di informazioni inutili che ci invadono e che aumentano la nostra ansia invece di placarla. Non dobbiamo cercare di diventare tutti virologi, epidemiologi, infettivologi.. Quello che ci serve è comprendere quali sono i comportamenti che possono aiutarci a correre meno rischi, ben consapevoli che il rischio non può essere totalmente evitato.

Ho trovato molto utili quelle risorse che hanno utilizzato canali analogici per trasferire informazioni importanti, ovvero le cosiddette infografiche o i video che sono stati in grado di mostrare visivamente quali possono essere le modalità di contagio. Le ho trovate utili per la loro capacità di creare immagini mentali in grado di influenzare i comportamenti più delle semplici parole.

Questo è ciò che possiamo fare a livello pratico e, facendolo, potremo pian piano fare nostri nuovi gesti e modalità dello stare in relazione che ci daranno la sicurezza necessaria per riprendere in mano le nostre vite, anche quelle relazionali.

Ecco alcune risorse che ho trovato utili: