Visualizzazione post con etichetta empatia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta empatia. Mostra tutti i post

domenica 3 gennaio 2021

LA GENTILEZZA: UNA TENDENZA FUORI MODA?


 Qualche sera fa la televisione ha proposto la visione di Cenerentola, il celeberrimo film Disney, nella sua versione non animata rivista e riadattata del 2015.

Il film ripercorre in modo abbastanza fedele la trama originale del cartone del 1950 con qualche interessante riadattamento. 

Cenerentola è un grandissimo classico. Nel riguardare la versione originaria oggi possono stridere alcuni aspetti che nell'epoca del politically correct possono far storcere un po' il naso: la fanciulla servile la cui unica via d'uscita da una situazione di sottomissione è l'incontro con un principe che la salverà ( e che la conquisterà solo con un misero ballo).

Potremmo riflettere su quanto Cenerentola può aver condizionato la psiche delle giovani fanciulle di varie epoche nell'aver fatto credere loro che dovesse arrivare un principe azzurro per emanciparsi ed avere successo nella vita, ma non è questa la parte che ci interessa in questo caso.

La parte su cui vorrei portare l'attenzione è come il riadattamento del film sia riuscito a produrre un elogio alla gentilezza senza che questa venga rappresentata come debolezza e come questa caratteristica, oggi in via d'estinzione, meriti di essere protetta come l'orso polare.

SII GENTILE E ABBI CORAGGIO, è la frase che viene più volte ripetuta e alla quale Cenerentola si ispira, eredità della madre.

Gentilezza e coraggio sono le doti che le consentiranno di non tradire mai se stessa, neanche davanti alle angherie della matrigna, interpretata da una bravissima Cate Blanchett, di cui vengono esplicitate le motivazioni alla base, passioni fondamentalmente umane: invidia, sofferenza per un lutto non elaborato.

Il momento più significativo del film  è lo sguardo finale  (vedi foto) che Cenerentola dedica alla matrigna prima di dirle che l'aveva perdonata. Uno sguardo fiero, liberatorio, forse un po' sfidante, lo sguardo di chi sa andare oltre con gentilezza e coraggio.

Forse proprio oggi abbiamo bisogno di tornare alla gentilezza. Ma cos'è questo nobile sentimento così poco contemporaneo?

Dal vocabolario Treccani si legge:" Amabilità, garbo, cortesia nel trattare con altri ". La gentilezza ha a che fare più con il modo in cui si fa qualcosa che su ciò che si fa o si dice, è accoglienza e attenzione all'altro, è rifiuto di prepotenza, violenza, sopruso. 

La gentilezza che ci interessa non è quella formale, di facciata, di chi si sa muovere con modi suadenti per "etichetta" o per raggiungere il proprio scopo, ma quella autentica che viene dall'animo.

Da dove arriva la gentilezza e perchè è così poco esercitata?

La gentilezza dal punto di vista psicologico può essere legata a tutto l'insieme delle abilità prosociali che vanno sotto la grande etichetta di EMPATIA. I bambini fin da piccoli, a partire dai due anni, sono capaci di atti di gentilezza: consolano spontaneamente i bambini che piangono, offrono cibo o giocattoli a chi è triste e con il linguaggio imparano i rituali sociali del "grazie" e "per favore". I bambini oscillano tra questi comportamenti e altri assolutamente egocentrati perchè il loro cervello è ancora immaturo e deve ancora sviluppare un equilibrio tra l'idea di sè, quella dell'altro e della relazione tra i due. L'empatia quindi è in parte innata, ma ha anche bisogno di essere esercitata e sperimentata.

Ecco perchè, sebbene sia  importante che i genitori insegnino la gentilezza, è ancora più importante che essi siano esempi di gentilezza. Sarà capitato a molti di noi di "dare lezioni di gentilezza" in modo non proprio gentile. Difficilmente quando "diamo lezioni" siamo modelli incisivi e ancora meno facilmente saremo credibili se c'è discrepanza tra il contenuto che vogliamo esprimere e la forma con cui lo stiamo esprimendo.

Ma andiamo oltre, nel contesto sociale in cui siamo inseriti non troviamo molti esempi di gentilezza. Se pensiamo al tono delle discussioni sui social, all'aumentato livello di violenza per discussioni banali ad esempio in auto o tra sconosciuti per strada o in fila alla posta... Di gentilezza sembra essercene rimasta ben poca...

La nostra società così competitiva e orientata all'individualismo può spingere a credere che chi è gentile con il prossimo verrà schiacciato dalla legge del più forte. Alcuni messaggi che abbiamo introiettato potrebbero contenere impostazioni di questo tipo: "Là fuori è una giungla, se non alzi la cresta ti mangeranno" "Fagli vedere chi comanda"..

In realtà la gentilezza potrebbe essere un buon antidoto al tasso di violenza che ci invade e ci attraversa. 

La gentilezza da coltivare non è solo verso gli altri, ma in primo luogo verso se stessi. Dobbiamo prestare attenzione alle cose che diciamo a noi stessi, troppo spesso non siamo accoglienti con le nostre emozioni, siamo giudicanti ed eccessivamente critici e tutto questo chiacchiericcio negativo intralcia il raggiungimento dei nostri obiettivi. Chi ha una bassa autostima ha un dialogo interno ipercritico e "violento"  e gli approcci terapeutici odierni convergono verso l'importanza dell'accoglienza e accettazione di sè attraverso l'esercizio attivo di quell'atteggiamento che potremmo chiamare  di GENTILEZZA E COMPASSIONE.

Spesso nelle consulenze con i genitori capita di parlare di come aiutare i bambini nella costruzione della loro autostima e spesso si discute del dialogo interno e di quanto si è gentili con se stessi. La prima cosa su cui chiedo di riflettere è di porre attenzione a come i genitori trattano se stessi, i figli captano e fanno propri anche questi messaggi.

E' possibile fare qualcosa di pratico per coltivare gentilezza?

Il primo passo è accorgersi di essa e darle spazio e attenzione. Ricordo di aver lavorato con una classe delle scuole elementari con la quale avevamo costruito un braccialetto della gentilezza. Ciascun bambino ne aveva fatto uno suo e aveva il compito di cambiare polso al braccialetto ogni volta che compiva un'azione gentile (l'idea era stata presa dal testo di Elin Snel "Calmo e attento come una ranocchia"). Era stata una buona occasione per porre l'accento su questo aspetto e aveva dato modo di riflettere su come ci si sente a ricevere e offrire gesti gentili. Questi spostamenti di focus sono importanti in quanto a volte nella nostra azione educativa rischiamo di dare maggiormente risalto al negativo piuttosto che al positivo.

Il messaggio che va tenuto a mente è comunque sempre questo: LA GENTILEZZA  VA ESERCITATA E NON INSEGNATA. Quindi alleniamoci e saremo buoni allenatori



domenica 8 novembre 2020

SEPARAZIONE: LE TRAPPOLE DA EVITARE

 



La grande emergenza che ci attraversa non è solo un'emergenza sanitaria, ma anche sociale. Sebbene non siano disponibili ancora dati che confermino le nostre impressioni è indubbio che l'impatto sulle famiglie del lockdown e della gestione della situazione sia stato fortissimo. A questo impatto molte famiglie non hanno retto e alcune hanno messo in crisi i propri legami giungendo alla separazione. Sicuramente le fragilità erano già presenti, ma probabilmente la situazione non ha più consentito di non vederle e così si è giunti alla crisi del legame di coppia.


Ma vediamo meglio di delineare quali sono le trappole in cui è facile incappare soprattutto quando sono presenti figli minori.


Ciò che sappiamo da tempo è che la separazione di per sè non è la causa degli eventuali disagi e blocchi evolutivi dei figli, ma la conflittualità ad essa associata. Sembra un'affermazione banale, ma non è così: infatti essa ci dice che, laddove la separazione sia l'esito di un processo di riflessione degli adulti che si rendono conto che non ci sono più i presupposti per andare avanti come coppia, essa si trasforma in un evento simil-protettivo per i minori che avranno evitato di crescere in una famiglia in cui la coniugalità era solo un antico ricordo, o peggio, un legame portatore di sofferenza e conflitto.


1)Ecco la prima trappola da evitare "STIAMO INSIEME PER IL BENE DEI FIGLI": il bene dei figli è stare con genitori che hanno scelto di affrontare i problemi presenti, guardare in faccia la realtà e affrontare il cambiamento, anche doloroso. Il clima emotivo della famiglia è l'ambiente in cui i bambini imparano a conoscere e gestire le proprie emozioni. Ove vi sia un conflitto coniugale esplicito o implicito lo spazio di esplorazione e conoscenza di sè e dell'altro diventa inquinato, limitato, confuso.
Presa la decisione di separarsi spesso i genitori attraversano una fase di confusione nella quale sono preoccupati prima di tutto per i figli, faticano a trovare le parole, vorrebbero che non soffrissero.


2)Altra trappola da evitare: "I FIGLI NON DEVONO SOFFRIRE": è inevitabile che i figli provino sentimenti negativi, devono elaborare il cambiamento, comprendere come sarà da lì in poi la propria vita, realizzare che il genitore che andrà via di casa non sparirà dalla propria vita. In tutto ciò, quello che li aiuterà sarà trovare adulti disposti ad ascoltarli profondamente. Adulti in grado di non spaventarsi davanti alla sofferenza, che riusciranno a stare in ascolto senza farsi travolgere dai propri sensi di colpa, dalla propria rabbia, dal proprio senso di fallimento.
Infine c'è il tema del conflitto, se è vero che è la conflittualità l'elemento chiave che fa la differenza sull'impatto della separazione sui figli e anche vero che le separazioni dove, almeno in una fase iniziale, non sia presente sono davvero poche. Difficilmente i genitori arrivano alla decisione insieme avendo disinvestito nello stesso modo sul legame di coppia. Nella maggior parte dei casi ci sarà un membro della coppia che è più avanti nel percorso e all'altro spetterà il difficile compito di elaborare l'abbandono. Anche chi lascia porta dentro di sè grandi sofferenze, sensi di colpa inespressi che possono tradursi in rabbia e risentimento.
In tutta questa tempesta ci sono le questioni pratiche da gestire, la vita da riorganizzare, gli obiettivi di vita da rivedere... Spesso in questo caos emotivo trova terreno fertile il conflitto che quando è presente non si può nascondere. 

3)Ecco un'altra trappola da evitare: "SI' SONO FURIOSO/A, MA DAVANTI AI FIGLI NON LITIGO MAI E NE PARLO SEMPRE BENE (dell'altro genitore) .."
I figli siano essi bambini piccoli, preadolescenti o adolescenti sanno cosa stiamo provando, sia che lo esplicitiamo e sia che non lo esplicitiamo. Le nostre menti sono fatte per entrare in collegamento e sentire ciò che l'altro sente: si chiama empatia, sostenuta dal meccanismo dei neuroni specchio. I nostri figli hanno contato su questo meccanismo per imparare le cose più importanti della vita emozionale e sociale fin dalla loro nascita e fin da piccolissimi vengono contagiati dai nostri vissuti.
Più i bambini sono piccoli  più manca loro la possibilità di dare un significato a ciò che provano e più sentiranno confusi se non li aiutiamo a comprendere ciò che accade. Anche se il genitore starà attento a non esporre i figli a litigi rabbiosi ( atteggiamento protettivo assolutamente da mantenere), loro coglieranno anche il tono di voce delle chiamate, le espressioni non verbali quando si parla dell'altro genitore, i silenzi, le domande e osservazioni che vengono fatte. Coglieranno tutto questo e probabilmente ne soffriranno.
Nelle situazioni dove il conflitto è acceso i bambini facilmente si sentiranno all'interno di un conflitto di lealtà in cui, spesso anche contro ogni intenzione del genitore, sentiranno di tradire un genitore volendo bene all'altro e viceversa.


Al contrario il maggior fattore protettivo per i figli di genitori separati è la consapevolezza che il LEGAME CON CIASCUN GENITORE VA AVANTI  e deve andare avanti in modo sereno, nonostante l'interruzione del legame coniugale.
Come possono i genitori gestire tutto questo?
L'aspetto più importante è la gestione della propria sofferenza. La separazione va pensata come ad un lutto, un evento dirompente che segna una discontinuità. Da questo evento gli adulti devono rialzarsi e reinventare la propria vita. Questo evento metterà in discussione la loro identità, i loro obiettivi, i rapporti con la famiglia allargata, le risorse a disposizione (anche quelle economiche), le amicizie..ecc
Concedersi uno spazio per elaborare tutto questo, per cercare sostegno da chi ha esperienze simili, ma anche diverse, può aiutare a sviluppare le proprie risorse e non riversare la propria emotività nel rapporto con i figli che hanno, invece, bisogno di genitori che li sostengano e li vedano nei loro reali bisogni.

sabato 9 novembre 2019

CHI SONO I GENITORI SPAZZANEVE?

Genitori, il mestiere impossibile! Un mestiere quotidiano fatto di dedizione, fatica, impegno e grande responsabilità. Nonostante o forse proprio per questo il mestiere dei genitori è sempre esposto a critiche, a volte anche a "mode" su cos'è giusto o sbagliato fare. 
Sebbene nel mestiere del genitore non ci sia in assoluto un bene o un male, è necessario osservarsi e interrogarsi circa comportamenti e atteggiamenti educativi che pur partendo dalle migliori intenzioni rischiano di rivelarsi dannosi.
In ambito anglosassone è nato il termine di "genitori spazzaneve", ovvero quei genitori pronti a spianare la strada al figlio sgomberandola da ogni possibile difficoltà, intervenendo al posto del figlio, proteggendolo non dai pericoli (come in parte è giusto e fisiologico), ma da tutte le possibili frustrazioni.
Guardando questa immagine molto esaustiva, la cosa che mi ha sempre colpito è la rappresentazione del figlio alle spalle dei genitori ricurvi nella fatica del compito. Il figlio,  con le mani in tasca, è un misto di disimpegno e disinteresse: quasi annoiato percorre la sua strada o forse quella dei genitori.
L'aspetto su cui vorrei soffermarmi non è tanto quello del figlio e di possibili danni a cui l'atteggiamento genitoriale potrebbe portare, ma mi interessa comprendere meglio cosa vi sia nelle menti di questi genitori.
I più critici potrebbero rispondere che in loro alberga il desiderio che il figlio non arrechi loro problemi. Pensano: "Te li risolviamo noi i problemi perché un tuo problema diventa un nostro problema e noi non ne abbiamo voglia. Così, dato che noi siamo più capaci di te a comprendere le situazioni, te la diamo noi la soluzione". Questa interpretazione potrebbe avere un senso, ma penso che nelle menti di questi genitori ci sia dell'altro. Forse in loro c'è il desiderio di vedere i propri figli felici e realizzati, forse in loro c'è la convinzione che il mondo è un posto complicato in cui le persone ti ostacolano, calpestano i tuoi diritti e che il loro compito, in quanto GENITORI, sia quello di evitare che tutto ciò accada. Forse la vicinanza che caratterizza la genitorialità attuale e che spinge i genitori ad essere al fianco dei figli e comprendere le loro emozioni, può portare ad un "eccesso" di empatia per il quale un figlio che soffre è qualcosa di intollerabile.Eppure l'empatia è la chiave del successo nella relazione con i figli.
Dobbiamo, tuttavia, avere sempre in mente che l'empatia è un "essere con l'altro" non è essere l'altro. Empatia comporta una distanza e comprendere quanto debba essere questa distanza è forse la chiave di volta. 
Il genitore dovrebbe chiedersi "a quale distanza è giusto che guardi mio figlio che affronta un problema?" "cosa gli sta comunicando il mio sguardo? fiducia ( in sè stesso e negli altri)oppure paura, sfiducia nelle sue capacità, ansia?"
Ricordiamo che siamo degli specchi attraverso i quali i nostri figli si guardano e che in età evolutiva credono all'immagine che noi abbiamo di loro più di qualsiasi altra cosa. 
Infine ricordiamo cosa ha significato la dimensione della fatica, dell'impegno e anche dell'errore nella nostra vita, non è forse stata fondamentale?